Alighiero Boetti (Torino 1940 – Roma 1994)  è una figura chiave dell’Arte Povera, la sua modalità di concepire l’arte apre a una pratica estetica relazionale ante litteram, basata sulla cooperazione, sul tempo e sulla geografia culturale.

Dopo aver frequentato scuole tecniche e la facoltà di Economia e Commercio, abbandona gli studi per dedicarsi all’arte. Autodidatta, si forma attraverso letture, riflessioni personali e un interesse profondo per discipline come la filosofia, la matematica, la musica e l’alchimia.Negli anni Sessanta si avvicina all’arte contemporanea visitando gallerie e mostre a Torino, dove entra in contatto con le ricerche di artisti come Lucio Fontana e Cy Twombly. Intorno al 1962 trascorre un periodo a Parigi, dove realizza i primi lavori su carta e oggetti di piccole dimensioni, caratterizzati da un linguaggio materico e sperimentale. Nel 1967 tiene la sua prima mostra personale alla Galleria Christian Stein di Torino, evento che segna il suo ingresso nel movimento dell’Arte Povera. Ben presto, però, Boetti sviluppa un percorso autonomo, più concettuale e poetico, incentrato su idee di sistema, casualità, ordine e disordine.  in questi anni inizia la realizzazione di dipinti e disegni astratti arrivando alla sperimentazione con  materiali come la masonite, il plexiglas ed elementi luminosi. Nel 1971 introduce un gesto simbolico che definisce la sua identità artistica: comincia a firmarsi “Alighiero e Boetti”, aggiungendo la “e” come segno di sdoppiamento e di dialogo tra due poli — razionale e intuitivo, progettuale e casuale — che coesistono nella sua opera.

Nello stesso si trasferisce a  Roma, città che sente più aperta e affine al suo desiderio. Qui prende avvio un progetto a cui pendono parte nella realizzazione  ricamatrici afgane: orditi di lettere e parole o mappe in cui è raffigurato il planisfero del mondo, con le singole nazioni tessute con i colori delle rispettive bandiere. Nascono così le celebri Mappe. Negli anni Settanta e Ottanta Boetti prosegue con serie fondamentali come i Biro: grandi superfici disegnate a penna da assistenti secondo regole di colore  e i Tutto, opere dense di figure, oggetti e simboli che condensano la complessità del mondo. Il principio della delega diventa uno dei tratti più originali della sua ricerca: l’artista definisce il metodo e lascia che altri realizzino l’opera, accogliendo l’imprevisto come parte integrante del processo creativo.

Negli anni Novanta continua a sperimentare nuovi linguaggi e tecniche, alternando viaggi, mostre e progetti internazionali. Partecipa più volte alla Biennale di Venezia, dove riceve ampi riconoscimenti.

Sarà più volte presente in rassegne come Documenta di Kassel e la Biennale di Venezia, così come in mostre collettive quali “When attitudes become form” (1969), “Contemporanea” (1973), “Identité italienne” (1981) e “The italian metamorphosis 1943-1968” (1994). Le sue opere sono conservate in importanti musei italiani ed esteri e sue mostre personali sono state di recente allestite in sedi quali il MoMa di New York, la Tate di Londra, il MAXXI di Roma e il Reina Sofia di Madri

Negli ultimi anni, l’interesse per Boetti è rimasto vivace e in costante crescita, con numerose retrospettive e mostre tematiche che hanno celebrato la sua opera. Nel 2011–2012, la mostra Game Plan, una retrospettiva completa dedicata alla pratica concettuale, ironica e sistematica dell’artista, è stata ospitata dalla Tate Modern di Londra (2012), dal Museo Reina Sofía di Madrid (2011) e dal Museum of Modern Art (MoMA) di New York (2012), offrendo un percorso approfondito attraverso le sue opere più iconiche — dagli arazzi afgani alle mappe, ai sistemi numerici e alle opere basate su classificazioni. Tra le mostre più recenti, Minimum/Maximum, tenutasi alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia nel 2017; Alighiero e Boetti: from the Luigi and Peppino Agrati Collection Gallerie d’Italia, Milano (2025);  Mappa presso la Galleria d’Italia di Napoli (2025). 

Alighiero Boetti

Alighiero Boetti (Torino 1940 – Roma 1994) 

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