
Giulio Paolini (Genova, 1940) è uno degli artisti italiani più noti e affermati a livello internazionale, riconosciuto come una figura centrale dell’arte concettuale. Nato da Angelo Paolini, economista, e Teresita De Maria, insegnante, trascorre l’infanzia a Bergamo e nel 1952 si trasferisce con la famiglia a Torino. Frequenta l’Istituto Tecnico Industriale Statale per le Arti Grafiche e Fotografiche, diplomandosi in grafica nel 1959. Fin dagli anni giovanili si interessa all’arte, frequentando musei e gallerie e consultando riviste specializzate, per poi cimentarsi con le prime prove pittoriche. Nel 1960 realizza Disegno geometrico, opera d’esordio costituita da una squadratura a inchiostro su tempera bianca, gesto che segnerà l’origine concettuale e il fondamento della sua ricerca futura, sempre tesa all’azzeramento dell’immagine.
Nei primi anni Sessanta sviluppa un’indagine sullo statuto del quadro, sugli strumenti del pittore e sullo spazio della rappresentazione. La sua prima personale si tiene a Roma nel 1964, alla Galleria La Salita diretta da Gian Tommaso Liverani, dove presenta pannelli grezzi che evocano un’esposizione in allestimento. Nel 1965 introduce la fotografia (Delfo; 1421965), strumento che gli permette di esplorare la relazione tra autore e opera, e nello stesso anno conosce il gallerista Luciano Pistoi, che diventerà suo mercante di riferimento.
Tra il 1967 e il 1972 prende parte alle principali mostre sull’Arte Povera curate da Germano Celant, come Arte Povera – Im-Spazio (Galleria La Bertesca, Genova, 1967) e Arte Povera più azioni povere (Amalfi, 1968), pur distinguendosi da questa tendenza per il suo forte legame con la storia dell’arte. Celebri di questo periodo sono Giovane che guarda Lorenzo Lotto (1967), gli autoritratti da Poussin e da Rousseau (1968) e opere che citano dipinti antichi come L’ultimo quadro di Diego Velázquez (1968). I riferimenti letterari e filosofici spaziano da Jorge Luis Borges a Giorgio De Chirico.
Negli anni Settanta Paolini riceve i primi riconoscimenti istituzionali: nel 1970 partecipa alla Biennale di Venezia con Elegia (1969), in cui compare per la prima volta un calco in gesso, l’occhio del David di Michelangelo con uno specchio sulla pupilla. Approfondisce i temi della prospettiva, del doppio e della copia, come nei lavori della serie Mimesi (1975-76), due calchi in gesso di una statua antica posti uno di fronte all’altro. Parallelamente sviluppa il motivo dell’autocitazione e della storicizzazione della propria opera.
Gli anni Ottanta coincidono con un’intensa attività espositiva internazionale e la nascita di grandi retrospettive. La sua ricerca assume una dimensione teatrale con opere-installazioni complesse, caratterizzate da frammentazione, dispersione e figure di controparte dell’autore (La caduta di Icaro, 1982; Trionfo della rappresentazione, 1984). La citazione, il frammento e la rievocazione diventano strumenti per mettere in scena un vero e proprio “teatro della rappresentazione artistica”, arricchito di mitologie, riferimenti letterari e immagini cosmiche.
Negli anni Novanta e Duemila l’attenzione si concentra sul tema dell’esposizione come “opera delle opere” e sul ruolo dello spettatore. Gli allestimenti assumono configurazioni additive, centrifughe o implosive, trasformando lo spazio espositivo in un palcoscenico dove l’opera si mostra come evento sempre differito (Esposizione universale, 1992; Teatro dell’opera, 1993). Parallelamente, Paolini indaga la condizione dell’autore, spettatore tra gli spettatori, in un confronto costante con un’opera che lo precede e lo oltrepassa.
Dal 1964 a oggi Paolini ha esposto in gallerie e musei di tutto il mondo: dalle storiche gallerie italiane (La Salita, Notizie, Ariete, La Tartaruga, Studio Marconi, L’Attico, Modern Art Agency) a quelle internazionali (Paul Maenz a Colonia, Sonnabend a New York, Annemarie Verna a Zurigo, Yvon Lambert a Parigi, Lisson a Londra, Marian Goodman a New York). Tra le antologiche più importanti si ricordano quelle al Castello di Rivoli (1986), alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (1988), al Museo Pignatelli di Napoli (1978), allo Stedelijk Museum di Amsterdam (1980), al Musée des Beaux-Arts di Nantes (1987), alla Fondazione Prada di Milano (2003) e al Kunstmuseum di Winterthur (2005).
Ha partecipato più volte alla Biennale di Venezia (dal 1970 al 1997) e alla Documenta di Kassel (1972, 1977, 1982, 1992), nonché a numerose collettive di rilievo come Vitalità del negativo (Roma, 1970), Contemporanea (Roma, 1973), Westkunst (Colonia, 1981), The European Iceberg (Toronto, 1985), 1965-1975: Reconsidering the Object of Art (Los Angeles, 1995), The Last Picture Show (Minneapolis, 2003).
L’intera poetica di Paolini è una riflessione autoriflessiva sulla natura dell’arte, sulla sua classicità senza tempo e sul suo continuo rinvio. Fotografia, collage, calchi e disegni sono strumenti per indagare i meccanismi che regolano il rapporto tra opera e spettatore, in una prospettiva concettuale che resta tra le più rigorose e raffinate della seconda metà del Novecento.
Giulio Paolini (Genova, 1940) è un maestro dell’arte concettuale, la cui ricerca esplora il rapporto tra opera e spettatore attraverso citazioni, frammenti e installazioni che indagano la natura stessa della rappresentazione artistica.
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