
Renato Mambor (Roma, 1936 – Roma, 2014) è stato un artista poliedrico italiano: pittore, fotografo, attore, scrittore e regista teatrale.
Cresciuto a Roma negli anni Sessanta Mambor entra a far parte della Scuola di Piazza del Popolo in compagnia di artisti come Mario Schifano, Pino Pascali e Jannis Kounellis, che operavano nella Capitale con uno spirito sperimentale e di rottura rispetto alla tradizione pittorica. La sua ricerca visiva iniziale si concentra su figure «statistiche», sagome bidimensionali, segnali stradali, timbri e rulli: un linguaggio freddo e spersonalizzato, in cui l’individuo viene ridotto a segno, a sagoma, a icona. Partecipa nel 1963 alla mostra collettiva 13 Pittori alla Galleria La Tartaruga di Roma, dove due anni più tardi, tiene la sua prima personale. L’uso delle sagome bidimensionali esclude la profondità e i tratti somatici delle figure, come traspare nella serie degli Uomini Statistici del1962, degli Uomini Timbro 1963 e dei Ricalchi 1965. Nel 1967 l’artista partecipa alla sua prima mostra internazionale all’Institute of Contemporary Art di Boston, come rappresentante della nuova generazione dell’Arte italiana. Negli anni successivi Mambor amplia i suoi orizzonti artistici: si sposta verso la fotografia; si pensi alle serie “Azioni Fotografate”, la performance, il teatro (fonda la compagnia Gruppo Trousse nel 1975), il cinema e le installazioni.
Nel teatro lavora come autore, regista, scenografo e attore; l’esperienza teatrale gli consentirà di riflettere sul rapporto tra arte e vita, tra spettatore e opera, tra oggetto e osservatore
Il suo interesse per il teatro lo allontana però dalla pittura e lo porta a privilegiare ricerche d’ambiente, con strutture come L’evidenziatore: strumento meccanico utilizzato per “agganciare” oggetti e spostarli nel mondo dell’arte”. L’opera, e tutta la documentazione ad essa relativa, è presentata alla Biennale di Venezia del 1993 curata da Achille Bonito Oliva. Mambor torna alla pittura negli anni Novanta dedicandosi ad una profonda riflessione tra arte e realtà. Le prime opere relative a questi temi sono l‘Osservatore e il Riflettore, cui fanno seguito altri lavori come: Uomo geografico (Il Diffusore), Il Testimone oculare e Il Viaggiatore. L’artista realizza anche installazioni spettacolari, come i sei autobus svuotati, abitati ciascuno da un artista, per la mostra Fermata d’autobus presentata a Roma nel 1996. Tutte le opere successive rappresentano sagome di paesaggi, esseri umani senza volto, proseguendo la sua riflessione sulla percezione e la coscienza. Dalla fine degli anni Ottanta e soprattutto nei decenni successivi, Mambor torna in modo più sistematico alla pittura, integrando nella sua pratica gli esiti delle sperimentazioni precedenti: non più solo forma e segno esterni, ma processi, relazioni, osservatore, ambiente.
La sua opera suggerisce che «non c’è nulla e nessuno realmente separato dal resto» e l’arte diventa un dispositivo di comunicazione, di relazione, di riflessione sul guardare, sull’abitare, sul riconoscere.
Renato Mambor muore a Roma il 6 dicembre 2014. La sua eredità è quella di un artista che ha costantemente messo in discussione il ruolo dell’immagine, dell’osservatore e del segno, contribuendo in modo significativo all’arte italiana del secondo Novecento.
Tra le mostre personali e collettive, più importanti dell’artista si ricordano: The Young Italians, Intitute of Contemporary Art, (Boston, 1967); La ricerca estetica 1960-1970, Palazzo delle Esposizioni (Roma, 1973); Arte italiana degli anni Sessanta nelle collezioni della Galleria Civica di Arte Moderna, Castello di Rivoli, (Rivoli,1985); Pianofortissimo, Fondazione Mudima, (Milano, 1987); Biennale di Venezia (Venice, 1993, 2007, 2011-2015); Ritratto di una città. Arte a Roma 1960 – 2001, MACRO Museo d´Arte Contemporanea Roma, (Roma 2011); Renato Mambor. Connessioni invisibili, Refettorio delle stelline (Milano, 2017); Mambor Trasformatore, Isola di San Servolo (Venezia, 2017).
Renato Mambor (Roma, 1936 – Roma, 2014)
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