Promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e Archivio Vincenzo Agnetti, curata da Marco Meneguzzo insieme all’Archivio Vincenzo Agnetti, la mostra ci invita a riscoprire l’universo artistico di Vincenzo Agnetti cogliendone l’originalità, il rigore critico, la poetica e la straordinaria contemporaneità. Le opere esposte restituiscono un’immagine chiara del percorso dell’artista: la sua tensione poetica e visionaria, lo spiccato interesse per l’analisi dell’arte, il ruolo di “investigatore” linguistico e di sovvertitore dei meccanismi del potere, inclusi quelli della parola, non solo parlata e scritta, ma anche quand’essa venga tradotta in immagini. Infatti nelle opere di Agnetti la parola costruisce immagini, non si limita ai rapporti semiologici come spesso accadeva nell’arte concettuale di quegli anni. Utilizzando il paradosso visivo e concettuale, crea cortocircuiti interpretativi pronti per essere elaborati e rivisitati dall’osservatore, affidando proprio a lui lo sviluppo e il senso di quanto ha scritto e immaginato l’Artista. L’esposizione è volta alla riscoperta della complessa creatività di Agnetti, seguendo il filo logico del discorso artistico che impone salti tra periodi temporali diversi, a discapito dell’ordine cronologico. In mostra si possono ammirare le opere più importanti dell’Artista tra le quali i “feltri” rappresentanti ritratti e paesaggi. Da ricordare quello più importante, il suo autoritratto:“Quando mi vidi non c’ero”, in feltro grigio inciso a fuoco e colorato. Lungo il percorso espositivo troviamo anche i famosissimi “Assiomi”: lastre di bachelite nera incise con colore a nitro bianco, contrappunto analitico della sua produzione. Il progetto espositivo è talmente curato da mostrare addirittura “Il Libro dimenticato a Memoria”, l’opera che maggiormente sintetizza la sua ricerca sulla memoria e la dimenticanza. Come dimenticare allora “La Macchina Drogata”, una Divisumma 14 della Olivetti con le lettere al posto dei numeri: ad ogni consonante corrisponde una vocale, così che tutte le parole ottenute casualmente dalle operazioni, anche se prive di senso logico, risultano intonate.

Una semplice calcolatrice che diventa produttrice di opere d’arte; a rafforzamento di questo troviamo accanto alla Macchina Drogata una parte della sua produzione: Semiosi, Comete, Dissolvenze e la bellissima istallazione dell’Apocalisse. Agnetti ha sempre spaziato fra le arti, a Palazzo Reale possiamo ammirare una stanza dedicata all’Amleto Politico, il monologo recitato dalla straordinaria voce di Agnetti, un’operazione che possiamo definire di teatro statico. Vincenzo Agnetti non disdegnava neanche la fotografia come mezzo espressivo, da citare “l’Autotelefonata”, “Tutta la Storia dell’Arte in questi tre lavori”, “l’Età media di A”. Sull’uso della fotografia sono esposte anche opere molto particolari: le Photo-graffie, carte fotografiche esposte alla luce e graffiate a raffigurare i paesaggi della mente che occupano un posto particolare. A rappresentazione ulteriore della complessità dell’opera dell’Artista concettuale, non poteva mancare una stanza dedicata all’istallazione “4 titoli surplace”: i titoli di quattro opere scultoree vengono rappresentati da altrettante fotografie scattate durante una sua performance. Difficilmente troveremo noiosa o scontata una sua opera, tutte riescono a comunicare con l’osservatore, tutte trovano in noi un luogo in cui annidarsi per continuare a stimolare la nostra intelligenza.